Ciarle

Trentasette

“Non voglio andare a scuola, non voglio andare a scuola”.
Lo dico almeno un giorno su due.

Quel confine del trentasette – fissato da chissà chi – che segna la separazione tra chi sta male abbastanza da restare a casa e chi no.

E poi lo fai diventare 37,2 poi 37,5, poi 38. Il puntino rosso che ti autorizza a stare a casa senza sensi di colpa si sposta a seconda che tu non voglia mancare alla partita o ad un appuntamento. A seconda che tu abbia figli da badare o qualcuno che vuoi vedere. A seconda che tu possa permetterti di stare a casa, a letto. A seconda che tu abbia un contratto che prevede malattie o ci sia un esame che stai preparando e a nessuno fregherà se sei stato male o no, se non ci vai.

Io sto male spesso quando non voglio fare qualcosa, così mi costruisco inconsciamente l’alibi perfetto staccando alto e atterrando proprio oltre quel limite. Ma poi – siccome puoi fregare chiunque ma non te stesso – mi alzo lo stesso, e mi preparo lo stesso, e a scuola ci vado lo stesso (stando male).

Non so, secondo me c’è una morale più ampia in tutto questo, ma finché non avrò deciso la policy in fatto di bestemmie su questo blog, me la tengo per me.

Riflessioni

Tempo pieno/tempo vuoto

I giorni di pausa sono quelli che mi mettono sempre di fronte ad una scelta: la me che ha delle cose da fare e la me che vuole fare delle cose.

È un equilibrio delicato e fragilissimo, condito di sensi di colpa che bruciano come sale sui tagli che ti fa la carta.

(La carta è quella cosa che ti sembra ti possa ferire solo quando si dispiega larga e ampia, quasi impalpabile e piena di parole che leggi col cuore pesante – come certi libri o certe notizie sui giornali – e quando pensi che sia nelle due dimensioni più macroscopiche che può dispiegare tutto il suo potenziale, la terza trascurabile dimensione si mette di taglio a mostrarti che al contrario non c’è niente di meno innocuo di quello che trascuri di considerare).

I giorni di pausa sono quelli in cui non sono quasi mai dove vorrei e vanno via a coppie come ciliegie che hanno sempre lo stesso identico verme.

Ciarle

Chiacchiere da pianerottolo

img_4284Dicono che ci sia un grande ritorno ai blog (o meglio, lo dicono quelli dell’ex condominio Friendfeed, che oggi colonizzano quella grande struttura per anzyany dell’internet che è diventata Facebook).

Lo dicono quelli che in fondo non hanno mai smesso di scrivere pipponi,  muri di testo, sparate a zero, e lo hanno semplicemente fatto altrove, non tanto perché fosse diventato fuori moda farlo, ma perché è diventato scomodo leggerci tutti insieme, da quando ci hanno ammazzato Google reader e poi il frenfì.

Dicono che invece adesso ci sia un grande ritorno ai blog, ma forse c’è solo di nuovo la banale bellezza del leggersi con calma, e del lasciarsi scrivere con calma. Chissà, potrebbe anche esserci un ritorno dei commenti che siano davvero commenti e non battute, celodurismi, quando non cattiverie e insulti. O forse no (per questo i commenti qui sono soggetti ad approvazione HAR).

Dicono che ci sia in giro ancora della gran bella gente, che scrive, pubblica, racconta e fa ridere e emozionare proprio come una volta.

Dicono che ci sia un grande ritorno ai blog, chissà se è vero.