Bestemmie, Riflessioni

Misteri

Sono anni che ogni santo giorno evito di spaccare la faccia a una o più persone che incontro sul lavoro o per cose personali, e non mi hanno ancora dato il nobel per la pace.

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Riflessioni

The soul cages

Mi chiedo se sto spendendo bene il mio tempo. Se lo sto spendendo con le persone giuste e nel modo migliore.

O se piuttosto al massimo evito di sprecarlo con le persone sbagliate in modo sciocco, come invece ho fatto oggi quando per due ore – invece di finire un libro che mi piace – ho bruciato inutilmente del tempo in uno stupido gioco sul telefono. Stupido non solo e non tanto perché attività sterile, ma anche perché non mi dà nessuna gioia. E allora perché?

Mi chiedo se abbia senso la vita che ho scelto, il lavoro che faccio, le cose che porto a termine o se piuttosto non sia una gabbia per la mia anima, che non vedo ormai più, ma che comunque c’è, e che mi trattiene in questa vita dandomi ogni tanto una sensazione di benessere e di sicurezza a cui mi aggrappo tipo naufrago per non affogare.

(Mi chiedo se abbia senso oggi, al caldo della mia casa, con abbastanza soldi da assicurarmi cibo, luce e tranquillità oltre a molte cose inutili, usare una metafora come questa, che mi riporta subito alla mente chi – naufrago – si aggrappa per non affogare davvero).

In each and every lobster cage, a tortured human soul
These are the souls of the broken factories
The subject slaves of the broken crown
The dead accounting of old guilty promises
These are the souls of the broken town
These are the soul cages.

Sting – The Soul Cages

Bestemmie, Riflessioni

Perché è questo che si fa

Sono uscita con amici.

Nessuno che venisse dal tuo mondo, il nostro mondo, perché non avrei saputo guardare nessuno negli occhi che ti avesse conosciuto e amato per quello che eri (per quello che sei, cazzo, che sei) senza riuscire a non piangere a dirotto.

E invece volevo riuscire a bere un bicchiere di vino. A dire cazzate, a ridere, a prendere per il culo il cameriere coi risvoltini e a mangiare cose grasse fottendosene del fegato e dell’età.

Perché è questo che si fa quando muore un amico con cui hai condiviso questo, e altro. Lo fai ancora, e questa volta lo fai per due, e per tutte le volte che lui non lo farà più con te o con altri.

È questo che si fa.

E poi si torna a casa e sì, si piange a dirotto. Perché è anche questo, che si fa, quando muore un amico.

Bestemmie, Riflessioni

Prima e dopo

Prima è una normale giornata di merda, i clienti che iniziano a farti lo shampoo prima ancora che tu capisca che ore sono, i colleghi che ti mollano i problemi in braccio e si eclissano, mal di testa, odio per il mondo e bestemmie.

Poi ti dicono che un amico non c’è più e tutto continua a scorrere come prima – perché fa troppo male pensarci – ma tanto in sottofondo fa un male cane lo stesso, e pensi a lei, ai piccoli, agli amici comuni, ai progetti che non saranno mai più tali e che ieri, soltanto ieri vi siete scritti, avete parlato cercando di capire se riuscivate a incastrare una cosa per incontrarvi, invece poi è saltata e tu gli avevi scritto “Possiamo vederci lofteffo”.

E invece no.

Ciarle

Trentasette

“Non voglio andare a scuola, non voglio andare a scuola”.
Lo dico almeno un giorno su due.

Quel confine del trentasette – fissato da chissà chi – che segna la separazione tra chi sta male abbastanza da restare a casa e chi no.

E poi lo fai diventare 37,2 poi 37,5, poi 38. Il puntino rosso che ti autorizza a stare a casa senza sensi di colpa si sposta a seconda che tu non voglia mancare alla partita o ad un appuntamento. A seconda che tu abbia figli da badare o qualcuno che vuoi vedere. A seconda che tu possa permetterti di stare a casa, a letto. A seconda che tu abbia un contratto che prevede malattie o ci sia un esame che stai preparando e a nessuno fregherà se sei stato male o no, se non ci vai.

Io sto male spesso quando non voglio fare qualcosa, così mi costruisco inconsciamente l’alibi perfetto staccando alto e atterrando proprio oltre quel limite. Ma poi – siccome puoi fregare chiunque ma non te stesso – mi alzo lo stesso, e mi preparo lo stesso, e a scuola ci vado lo stesso (stando male).

Non so, secondo me c’è una morale più ampia in tutto questo, ma finché non avrò deciso la policy in fatto di bestemmie su questo blog, me la tengo per me.

Riflessioni

Tempo pieno/tempo vuoto

I giorni di pausa sono quelli che mi mettono sempre di fronte ad una scelta: la me che ha delle cose da fare e la me che vuole fare delle cose.

È un equilibrio delicato e fragilissimo, condito di sensi di colpa che bruciano come sale sui tagli che ti fa la carta.

(La carta è quella cosa che ti sembra ti possa ferire solo quando si dispiega larga e ampia, quasi impalpabile e piena di parole che leggi col cuore pesante – come certi libri o certe notizie sui giornali – e quando pensi che sia nelle due dimensioni più macroscopiche che può dispiegare tutto il suo potenziale, la terza trascurabile dimensione si mette di taglio a mostrarti che al contrario non c’è niente di meno innocuo di quello che trascuri di considerare).

I giorni di pausa sono quelli in cui non sono quasi mai dove vorrei e vanno via a coppie come ciliegie che hanno sempre lo stesso identico verme.